virgolette-aperteLa vita è come un treno: ci sono pochi uomini locomotiva, nati per trainare, e molti uomini carrozza, nati per essere trainati. Purtroppo in politica i ruoli spesso si invertono e così, alla guida del Paese, troviamo davanti gli uomini carrozza a fare le locomotive e dietro gli uomini locomotiva costretti a fare le carrozze. E il treno non cammina. (Raffaele Avallone)virgolette-aperte
12 Agosto 2020

E NOI CONTINUIAMO A CANTARE BELLA CIAO

Di Raffaele Avallone

Puntuali come sempre, anche in questa drammatica emergenza del coronavirus, ecco ritornare le antiche divisioni sui festeggiamenti del 25 aprile, cosiddetta festa di liberazione. Dai balconi delle case in cui siamo tutti reclusi, sentiremo allora cantare “bella ciao”, i cui versi ci ricorderanno che una mattina ci siamo svegliati ed abbiamo “trovato l’invasor” . Ma di quale invasore si tratta? Non certo del coronavirus, perché di quello non ci siamo purtroppo ancora liberati. E sentiremo allora parlare di partigiani, ma non dei nostri medici ed infermieri, dei tanti che sono morti e che continuano a rischiare la propria vita per salvare la nostra.

Ed allora perché cantare Bella Ciao? Meglio cantare Fratelli d’Italia, o Volare, per guardare uniti al futuro e non masticare, divisi, il veleno del nostro passato a proposito del quale il primo ministro inglese Winston Churcill, dopo la fine della guerra ebbe ad esclamare: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti, il giorno successivo 45 milioni di antifascisti e partigiani. Eppure dal censimento non mi risulta che gli italiani siano 90 milioni”.

Dico queste cose da persona vissuta in una famiglia comunista, che ha passato la sua infanzia a vendere il giornale l’Unità, portandolo in bicicletta e calzoni corti a casa di quei “compagni” che mio padre mi indicava e che a fine anni 50 si vergognavano di comprarli in edicola. Gli stessi “compagni” i cui figli giocavano negli oratori ed andavano in vacanza coi preti nelle colonie estive insieme ai figli dei democristiani, mentre io, figlio di comunista scomunicato, restavo solo a casa. Dico queste cose da persona che non ha nulla a che vedere con il fascismo, di ieri, di oggi e di domani, e che da molto tempo non ha però più nulla a che vedere nemmeno con i comunisti, qualunque sia la gradazione cromatica da essi assunta “ratione temporis”.

Dico queste cose perché sono passati 75 anni e anziché voltare pagina ed unirci contro un nemico che sta seminando morte e distruzione e che non è un esercito invasore, ma un virus 600 volte più piccolo del diametro di un capello, che sta distruggendo l’economia nazionale, noi continuiamo a dividerci sui festeggiamenti del 25 aprile e a litigare come i capponi di Renzo.

C’è bisogno di unione, non di divisione. Basta giocare a guelfi e ghibellini: la ricreazione è finita. L’America di una volta non c’è più, l’Unione sovietica non c’è più. Il fascismo non c’è più e nemmeno il comunismo. Oggi c’è la grande Cina e il coronavirus, c’è un’economia in ginocchio, un popolo che soffre e una nazione e un futuro da ricostruire, partendo dalla Costituzione.

Aveva ragione Gramsci quando diceva che la storia insegna ma non ha scolari.

Mi chiedo cosa avremmo fatto noi al posto dei francesi, sconfitti ed umiliati dai tedeschi dopo la guerra franco prussiana del 1870, e cosa avremmo fatto al posto dei tedeschi, a loro volta sconfitti, umiliati e letteralmente affamati dai francesi (per comprare un chilo di pane occorrevano 4 miliardi di marchi) dopo la prima guerra mondiale. E cosa avremmo fatto al posto di entrambi dopo le atrocità subite nel secondo conflitto mondiale, con milioni di morti sia francesi che tedeschi.

Eppure Francia e Germania, mentre il sangue dei caduti in guerra era ancora caldo, nel 1963 sotterrarono l’ascia di guerra e firmarono il patto dell’Eliseo per costruire quell’alleanza strategica che poi Macron e Merkel rafforzeranno nel 2019 con il patto di Aquisgrana, e che porteranno i due paesi a dettare l’agenda politica europea. E noi continuiamo a cantare “bella ciao”.

Il momento è drammatico, come lo sono le scelte che esso impone: inedite, dure, rivoluzionarie

Ed allora, se davvero di liberazione vogliamo parlare, che sia liberazione dai pregiudizi e dai rancori, che sia liberazione da regole europee da cambiare, ma anche dalla nostra propensione ad aspettare che siano sempre gli altri ad aiutarci, quando potremmo invece farcela da soli, se uniti e consapevoli delle nostre potenzialità,; che sia liberazione dai vecchi schemi ideologici sia di destra che di sinistra che ci hanno ingabbiati.

E’ giunto il momento di osare. Dobbiamo cambiare i paradigmi sociali ed economici del pensiero dominante. Dobbiamo distruggere e poi ricostruire il rapporto etico tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, tra pubblico e privato, tra capitale e lavoro. Dobbiamo mettere fine alle speculazioni finanziarie e alla finanza creativa. Dobbiamo smetterla di pensare di fare soldi con altri soldi anziché col lavoro. Il popolo chiede beni e servizi per soddisfare i propri bisogni, quelli veri, però, non quelli creati artificialmente dalle tecnostrutture delle multinazionali per renderci tutti dipendenti e schiavi di quei bisogni di cui in realtà non abbiamo affatto bisogno.

Ecco, quando quel giorno verrà, sarà quello il GIORNO DELLA LIBERAZIONE

23 aprile 2020

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